mercoledì 21 maggio 2014

Il mio pensiero (L. Ligabue)

Cosa c'entra questo cielo lucido che non è mai stato così blu,
e che se ne frega delle nuvole, mentre qui, manchi tu...
Pomeriggio spompo di domenica, come fanno gli altri a stare su,
non arriva neanche un po' di musica, quando qui manchi tu.

E adesso che sei dovunque sei, chissà se ti arriva il mio pensiero,
chissà se ne ridi o se ti fa piacere.

Cosa c'entra quel tramonto inutile, non ha l'aria di finire più,
e ci tiene a dare il suo spettacolo, mentre qui manchi tu.
Così solo da provare panico, e c'è qualcun'altra qui con me.
Devo avere proprio un'aria stupida, sai com'è, manchi te...

E adesso che sei dovunque sei, chissà se ti arriva il mio pensiero,
chissà se ne ridi o se ti fa piacere.
E adesso che sei dovunque sei, ridammelo indietro il mio pensiero,
dev'esserci un modo per lasciarmi andare.

Cosa c'entra questa notte giovane, non mi cambia niente la tv,
e che tristezza che mi fa quel comico, quando qui manchi tu.

E adesso che sei dovunque sei chissà se ti arriva il mio pensiero,
chissà se ne ridi o se ti fa piacere.
E adesso che sei dovunque sei, ridammelo indietro il mio pensiero,
dev'esserci un modo per lasciarmi andare!

"Al netto degli imprevisti, quando si fa musica, quel che conta è fare passare emozioni. La musica del resto dà un suono ai capitoli della vita, cosicché un giorno, riascoltando certe note, si possono rileggere i libri dell’esistenza, rivivendoli come se ogni cosa fosse capitata un attimo prima." (Maristella Panepinto, Musicalnews.com 19.05.2014)

domenica 23 dicembre 2012

Lo spirito del Natale

HORATIO
[...] I have heard,
The cock, that is the trumpet to the morn,
Doth with his lofty and shrill-sounding throat
Awake the god of day; and, at his warning,
 Whether in sea or fire, in earth or air,
The extravagant and erring spirit hies
To his confine: and of the truth herein
This present object made probation.

MARCELLUS
It faded on the crowing of the cock.
Some say that ever 'gainst that season comes
Wherein our Savior's birth is celebrated,
The bird of dawning singeth all night long:
And then, they say, no spirit dares stir abroad;
The nights are wholesome; then no planets strike,
No fairy takes, nor witch hath power to charm,
So hallow'd and so gracious is the time.

ORAZIO
Ho sentito dire che il gallo, squilla del mattino,
con quel suo verso stridulo ed acuto ridesta il dio del giorno;
e a quel richiamo, in mare o nel fuoco, sulla terra o nell'aria,
lo spirito errante nella notte s’affretta
a rientrare nel suo rifugio;
e la prova di tale verità ce l’ha data ciò che abbiamo visto.

MARCELLO
A udir quel canto, s’è dileguato.
Dicono che l'araldo dell’aurora, all'avvicinarsi della stagione
in cui si celebra il Natale del nostro Salvatore,
non cessa di cantar tutta la notte,
e allora, dicono, nessuno spirito più vaga sulla terra;
le notti son salubri, nessun pianeta emana mali influssi,
nessuna fata pratica incantesimi,
nessuna strega ordisce sortilegi,
tanto santificato e ricolmo di grazia è quel tempo.

W. Shakespeare, "Hamlet", act 1 scene 1

giovedì 5 aprile 2012

I papà moderni

Fare il papà non è facile, ci si sente strani, in imbarazzo. E poi i figli fanno domande difficili. È più facile fare lo zio e il nonno. È più facile fare il premier che fare il papà. Anche l’astronauta è più facile da fare, arrivo persino a dire che è più facile fare l’amico che fare il papà!

I papà moderni e quelli di una volta sono molto diversi tra di loro, ma in una cosa si assomigliano: nel non voler togliere spazio al ruolo delle madri, consapevoli che certe cose, quali sostituzione di pannolini, preparazioni di pappe, tattiche e procedure per arginare le colichette, siano meglio svolte dalle mamme; loro, i papà, si mettono umilmente da parte. Quando nasce un figlio, in genere, per i primi anni di vita il papà non si fa molto vedere, non è molto coinvolto nel processo di crescita e di educazione dei pargoli; nei primi due anni di vita o forse anche tre, i papà si dedicano al loro lavoro dalle 7 del mattino fino alle 21-21,30. Quando rientrano vanno a dormire fino alle 6,58 del giorno dopo.

Alcuni padri vedono il loro figlio per la prima volta quando lo portano a scuola il primo giorno delle elementari.

Io ho avuto un papà di una volta, di quelli antichi.

Io ho avuto un solo papà, ai figli moderni ne possono capitare anche 2 o 3.

I papà di adesso sono diversi da quelli di una volta, intanto quelli moderni giocano a tennis, sanno sciare, vanno in mountain bike, di mestiere fanno l’interior designer, collezionano Rolex degli Anni 50, fingono di sapere come investire il loro patrimonio, alla domenica portano la famiglia al ristorante 2 stelle Michelin dove lo chef cucina le lasagne molecolari; il pasto finisce con la nonna che si lamenta e dice che sono più buone le sue.

I papà di una volta giocavano a briscola, quasi tutti lavoravano in fabbrica, dove andavano con bicicletta, e se per caso si bucava una ruota la aggiustavano loro; di soldi non ne avevano, così non sbagliavano investimenti, la domenica si mangiavano le lasagne cucinate dalla mamma e la nonna si lamentava sotto voce dicendo che le sue erano più buone.

I papà moderni ti portano in vacanza due settimane in Patagonia e due settimane in barca ai Caraibi, perché ai bambini bisogna fargli fare un po’ di mare e un po’ di montagna.

I papà moderni devono lavorare 12-14 ore al giorno per 11 mesi l’anno perché devono pagare lo skipper del catamarano e le tute anti-assideramento usate in Patagonia, perché loro, i papà moderni, in Patagonia ti portano in bassa stagione per risparmiare, solo che lì è inverno polare.

I papà di una volta il mare lo vedevano solo quando andavano a trovare i figli alla colonia marina di Pietra Ligure: due domeniche al mese; la nonna si lamentava sempre e diceva che secondo lei il mare di Pinarella di Cervia, che aveva visto in cartolina, era più bello.

Il mio papà il resto della vacanza lo usava per imbiancare la casa, riparare le tapparelle e giocare a carte alla bocciofila Combattenti e Reduci; la nonna diceva che il nonno era più bravo del papà a giocare a briscola.

I papà moderni lavorano tanto e regalano ai figli l’iPhone. Se i figli dei papà moderni non telefonano quattro volte al giorno, non mandano una mail, non inviano un filmato della lezione di judo e non twittano al papi prima e dopo i pasti, i papà moderni si preoccupano e vanno dallo psicologo perché non riescono ad avere un buon rapporto con i loro figli.

I papà di una volta,se arrivava il vicino a dirgli che era arrivata una telefonata per loro, chiedevano preoccupati se era morta la nonna. Ai papà di una volta se gli arrivavano due telefonate in un anno erano autorizzati a vantarsi un pochino, e in mensa gli facevano un brindisi. Alla terza telefonata la nonna si lamentava e diceva che si era persa la virtù del silenzio.

Quando i papà moderni accompagnano i figli alla partita di calcio del sabato pomeriggio, riescono a litigare con l’arbitro, con l’allenatore e con i papà della squadra avversaria; i sabati che il figlio perde litigano anche con il magazziniere, con il posteggiatore, con il figlio stesso e con la moglie e la nonna poi a casa.

Un sabato la mia squadra ha perso il derby contro il Busto Garolfo, mio papà è stato zitto fino a casa, poi ha trangugiato un Fernet Branca, ha acceso una nazionale senza filtro e mi ha detto: «Allenati a palleggiare e a tirare le punizioni, storia e matematica li farai la settimana prossima».

I papà moderni quando un figlio torna da scuola con un 4, denunciano il professore per mobbing.

I papà di una volta, se tornavi a casa con una nota da firmare, loro scrivevano sul diario «bravo prof, raddrizzi la schiena a questi invertebrati».

I papà moderni portano i figli a fare magic jumping buttandosi dai ponti dell’autostrada per 250 metri, ma se devono fare le condoglianze alla vicina a cui è morto il marito si cagano sotto.

I papà moderni ti spiegano come si usano le applicazioni su iPhone tipo Shazam o iTorcia, ma non sanno che differenza c’è tra un uovo per fare la carbonara e uno da cui nasce un pulcino.

I papà moderni ti spiegano la differenza tra musica lounge, tecno e ambient, ma non sanno cantarti «Che gelida manina se la lasci riscaldar...» della Bohème . Mio papà, quando andava alla cena dei coscritti, tornava alticcio, come tutti i coscritti, apriva la porta di casa e attaccava l’aria del tenore. La mamma, trattenendo il riso, fingeva di essere la Mimì dell’opera e lasciava paziente che il suo Rodolfo si smarrisse tra le ottave e gli accordi irraggiungibili e si addormentasse vestito. Io e mia sorella eravamo convinti che nostro papà fosse più bravo di Mario Del Monaco.

Quando poi un figlio moderno compie 16 anni, i loro papà li accompagnano in discoteca alle 23 e li vanno a prendere alle 4 del mattino con il Suv.

I papà di una volta piuttosto che mandarti in discoteca si mettevano a studiare con te i verbi irregolari e il genitivo sassone.

Fare i compiti insieme al papà moderno è molto istruttivo: è probabile che ti aiuti a comprendere le equazioni, che sappia i fiumi, i monti e la capitale delle Maldive, e che conosca la differenza tra Valentino e Dolce & Gabbana.

Se facevi i compiti con i papà di una volta eri bocciato di sicuro.

I papà moderni vogliono vestirsi come i loro figli, parlare come loro e vogliono diventare loro amici su Facebook.

I papà moderni sono contenti quando i loro figli accettano di essergli amici su Facebook. Ho sentito la nonna borbottare e diceva che o si fa il papà o si fa l’amico.

Se i figli moderni chiedono: «Papà, cosa preferisci: la pasta o il riso?», loro rispondono: dipende...

Papà, ma tu voti a destra o a sinistra? Dipende...

Se i figli domandano se bisogna sempre dire la verità, i papà moderni rispondono: dipende...

Ma papà bisogna fermarsi per far passare i pedoni sulle strisce? Dipende...

Ma papi, è vero che fa male farsi uno spinello? Dipende...

Papà, ma a te piacciono le donne vero? Dipende...

Mio papà, a cui è sempre piaciuto il risotto, mi ha insegnato cose meravigliose: a fare il presepe, a tifare per l’Inter, a fare il nodo della cravatta, a fare la barba con la lametta, ad andare in bicicletta, a bere un bicchiere di vino tutto d’un fiato, a vestirsi bene la domenica, a essere bravo nel lavoro, a cercare di avere sempre un amico, a portare un mazzo di fiori ogni tanto a tua moglie, a ricordarsi dei nonni e dei nostri morti, perché noi senza di loro non ci saremmo, perché Giacomo è figlio di Albino il fresatore, che era figlio di Domenico il mezzadro, figlio di Adriano il ciabattino che era figlio di Giuseppe il falegname figlio di Giosuè lo stalliere...

Dalla prima elementare alle terza media si fa di tutto per assomigliare e imitare il papà, dai 15 anni ai 22 non lo puoi vedere, fino ai 36 ti è abbastanza indifferente, verso i 40 ti fa incazzare da morire perché nel frattempo lui ha superato i settanta e se in gioventù aveva il suo bel carattere adesso è ostinato come tutti gli anziani, dai 42 in avanti riesci a capire quanto sforzo abbia fatto a studiare l’inglese con te e ne provi una tenerezza struggente.

Ho cercato tutta la vita di non assomigliare a mio papà e ora invece mi accorgo di essere uguale: me ne sono accorto quando mio figlio l’altro giorno mi ha chiesto come si dice centravanti in inglese.
Giacomo Poretti

mercoledì 8 febbraio 2012

Sistemi di tassazione nella storia

"Puoi avere un signore, puoi avere un re, ma l'uomo di cui aver paura è l'esattore delle imposte"
Iscrizione in segni cuneiformi su argilla, ritrovata nella regione dello Shumer (odierno Iraq), risalente al 4000 a. C. Citata da Victor Uckmar nel corso dell'audizione al Senato del 15 dicembre 2011 sul tema della riforma fiscale.

mercoledì 21 dicembre 2011

Preghiera dietro le sbarre

O Dio, dammi il coraggio di chiamarti Padre.
Sai che non sempre riesco a pensarti con l’attenzione che meriti.
Tu non ti sei dimenticato di me, anche se vivo spesso lontano dalla luce del tuo volto.
Fatti sentire vicino, nonostante tutto, nonostante il mio peccato grande o piccolo, segreto o pubblico che sia.
Dammi la pace interiore, quella che solo tu sai dare.
Dammi la forza di essere vero, sincero; strappa dal mio volto le maschere che oscurano la consapevolezza che io valgo qualcosa solo perché sono tuo figlio. Perdona le mie colpe e dammi insieme la possibilità di fare il bene.
Accorcia le mie notti insonni; dammi la grazia della conversione del cuore.
Ricordati, Padre, di coloro che sono fuori di qui e che mi vogliono ancora bene, perché pensando a loro, io mi ricordi che solo l’amore dà vita mentre l’odio distrugge e il rancore trasforma in inferno le lunghe e interminabili giornate.
Ricordati di me, o Dio, amen.

Natale 2011, carcerato Stefano, reparto g11, Rebibbia.

lunedì 27 giugno 2011

Se l'omoses­sualità è pura, la paternità è sporca

La palma d'oro della settimana va al Te­st­imonial Universale e valoroso onco­logo Umberto Veronesi che ha detto: l'amore più puro è quello omosessuale, perché è fine a se stesso e non mira a pro­creare. [...] Leg­gevo la battuta di Veronesi la mattina del 24 giugno. Era San Giovanni e per la prima volta nella mia vita non potevo fa­re gli auguri a mio padre e sentire ogni anno più flebile e accorato il suo ringra­ziamento. Se non ci fosse stato il suo amore impuro con mia madre, non sarei qui. E così i miei figli, e voi tutti, e lei, professore. Se quell'amore era impuro, preferisco vivere in una sporca società. Al diavolo la purezza.
Marcello Veneziani, "Il Giornale", 26 giugno 2011

mercoledì 10 novembre 2010

Il senso della vita e i 33 mineros

"Laggiù ho litigato con Dio e col diavolo. Hanno litigato per avermi. Dio ha vinto, io ho preso la sua mano, la migliore. Non ha mai vacillato la mia certezza che Dio mi avrebbe tirato fuori." Grazie, mineros.
Riportato da Annalena Valenti, Tempi, 27.10.2010, pag. 53

mercoledì 23 giugno 2010

Caro marito, cara moglie

Caro marito, ti scrivo questa lettera per dirti che ti lascio per qualcosa di meglio. Sono stata una brava moglie per te per sette anni e non devo dimostrartelo. Queste due ultime settimane sono state un inferno. Il tuo capo mi ha chiamato per dirmi che oggi ti sei licenziato e questa è stata solo la tua ultima cazzata. La settimana scorsa sei tornato a casa e non hai notato che ero stata a farmi i capelli e le unghie, che avevo cucinato il tuo piatto preferito ed indossavo una nuova marca di lingerie. Sei tornato a casa e hai mangiato in due minuti, e poi sei andato subito a dormire dopo aver guardato la partita. Non mi dici più che mi ami, non mi tocchi più. Che tu mi stia prendendo in giro o non mi ami più, qualsiasi cosa sia, io ti lascio.
Buona fortuna!
Firmato: la tua ex moglie
P.s.: se stai cercando di trovarmi, non farlo: tuo fratello e io stiamo andando a vivere a Rimini insieme.


Cara ex moglie, niente ha riempito la mia giornata come il ricevere la tua lettera. E’ vero che io e te siamo stati sposati per sette anni, sebbene l’ideale di brava moglie, a patto che esista, sia molto lontano da quello che tu sei stata. Guardo lo sport così, tanto per cercare di affogarci i tuoi continui rimproveri. Va così male che non può funzionare. Ho notato quando ti sei tagliata tutti i capelli la scorsa settimana, e la prima cosa che ho pensato è stata: “sembri un uomo!” Mia madre mi ha insegnato a non dire nulla se non si può dire niente di carino. Hai cucinato il mio piatto preferito, ma forse ti sei confusa con mio fratello, perché ho smesso di mangiare maiale sedici anni fa. Sono andato a dormire quando tu indossavi quella nuova lingerie perché l’etichetta del prezzo era ancora attaccata: ho pregato fosse solo una coincidenza il fatto di aver prestato a mio fratello 50 euro l’altro giorno, e che la tua lingerie costasse 49,99 euro. Nonostante tutto questo, ti amavo ancora e sentivo che potevamo uscirne.
Così quando ho scoperto che avevo vinto alla lotteria 10 milioni di euro, mi sono licenziato e ho comprato due biglietti per la Giamaica. Ma quando sono tornato tu te ne eri andata. Penso che ogni cosa succeda per una precisa ragione. Spero tu abbia la vita piena che hai sempre voluto. Il mio avvocato ha detto, vista la lettera che hai scritto, che non avrai un centesimo da me.
Abbi cura di te!
Firmato: ricco come il demonio e libero

P.s.: non so se te l’ho mai detto ma mio fratello, prima di chiamarsi Carlo, si chiamava Carla: spero che questo non sia un problema.

venerdì 5 marzo 2010

La vocazione del cristiano nella vita pubblica americana

"Kennedy [...] lasciò un'impronta durevole nella politica americana. Fu sincero, convincente, argomentato... e sbagliato. Non sbagliato sul patriottismo dei cattolici, ma sbagliato sulla storia americana e ancor più sul ruolo della fede religiosa nella vita della nostra nazione. E non fu semplicemente "sbagliato". Il suo discorso di Houston minò dalle fondamenta il ruolo non solo dei cattolici, ma di tutti i credenti religiosi, nella vita pubblica e nello spazio politico dell'America. Oggi, mezzo secolo dopo, ancora paghiamo quel danno.[...]
La fede cristiana non è una lista di precetti etici o di dottrine. Non è un insieme di teorie sulla giustizia sociale ed economica. [...] la vita cristiana comincia in una relazione con Gesù Cristo; e porta frutti di giustizia, misericordia e amore che noi mostriamo agli altri a motivo di questa relazione.
Gesù disse: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti" (Matteo 22, 37-40). Questa è la prova della nostra fede, e senza una passione per Gesù Cristo nei nostri cuori che modelli le nostre vite, il cristianesimo è solo un gioco di parole e una leggenda. Una relazione ha delle conseguenze. Un uomo sposato impegnerà se stesso a certe azioni e comportamenti, non importa ciò che costano, se non per l'amore che porta per la propria sposa. La nostra relazione con Dio è la stessa. Dobbiamo vivere e provare il nostro amore con le nostre azioni, non solo nelle nostre vite personali e familiari, ma anche nello spazio pubblico. Di conseguenza i cristiani come singoli e la Chiesa come comunità credente si impegnano a livello politico come per un comandamento della Parola di Dio. La legge umana insegna e forma così come pone delle regole; e la politica umana è l'esercizio del potere: il che significa che entrambe hanno implicazioni morali che il cristiano non può ignorare, se vuol rimanere fedele alla sua vocazione come luce per il mondo (Matteo 5, 14-16)."

Charles J. Chaput, arcivescovo di Denver, tratto dalla relazione alla conferenza tenuta il 1 marzo 2010 presso la Baptist University di Houston, pubblicato da www.chiesa.espressonline.it

giovedì 12 novembre 2009

Sì, togliamolo il crocefisso

Hanno sferrato un bello sputo in viso ancora a Lui, che da sempre li fa arrabbiare. Gli hanno ricordato che da fastidio. E allora dico sì, leviamolo. Cominciamo di nuovo a segnarlo a graffiarlo sui muri il crocefisso, a disegnarlo in forma di pesce, di altro perché non lo riconoscano gli occhialuti signori della corte.
Io, cristiano, dico leviamolo il crocefisso. Facciamo come fece Cristo di fronte al Sinedrio. Non rispose, non stette a perder tempo con chi voleva già condannarlo. Non disse d'essere un bene culturale da conservare. Si fece levare di torno, per splendere sanguinante e bellissimo d’amore per sempre davanti agli occhi di tutti. I giudici si illuderanno di aver salvato la convivenza, che invece di fronte al nulla che stanno creando finirà per strappare via rabbiosamente tutti i simboli, tutti i parlamenti, tutte le corti e tutte le loro stesse panciute sicurezze di diritto. Lasciamo che mister Z dorma il suo sonno beato di ideologo travestito da giudice vincitore. Il suo sonno della ragione.
Davide Rondoni, clanDestino Zoom n. 320 - 10.11.2009

lunedì 28 settembre 2009

Salvate il soldato Gennaro. E anche i nostri bambini.

Dopo il funerale dei sei giovani soldati, la retorica ha grondato ovunque. Ma pur nel brodo e nella melassa, è emerso un purissimo, maestoso e umile pezzo di realtà. Che è la realtà del cuore. Ferito e desideroso di bene per coloro che sono stati colpiti dal dolore: i bimbetti, le madri, le fidanzate, le spose e i compagni… La commozione reale, insomma, che in tutti ha rintoccato. Più vera e più forte di ogni altro sentimentalismo. Sotto le emozioni più forti e passeggere. Un pezzo di realtà puro, magari per un istante, è emerso: il pezzo di realtà chiamato cuore. Chenon è la somma confusa dei sentimenti, i quali per loro natura sono volatili e spesso contradditori. Ma che è il punto di noi in cui si chiarisce (sì, si chiarisce, anche se lo avvolgono le nebbie) che cosa è la vita e per che cosa è fatta. Il cuore è quel pezzo di realtà che ci permette di guardare e giudicare la realtà intorno a noi. Nell’ammirazione per il sacrificio di quei ragazzi è emerso il cuore. Nella addoloratissima simpatia per quelle famiglie semplici, mica perfette, amanti, legate, è emerso il cuore. Nella commozione perché la vita no, non è il paradiso e ci vuoleun altare davanti a cui chiedere, e pregare e invocare, è emerso il cuore. E nella considerazione che occorre fare di tutto per salvare i soldati Gennaro, e farli stare là se si deve, ma non invano. Non bisogna occultarlo. Non bisogna vergognarsene. E soprattutto bisogna salvare il cuore nostro e dei nostri bambini dalla corrosione acida di quei maestri o professori che non han voluto far fare il minuto di silenzio per commemorare i soldati. Che hanno accampato macabre scuse (“facciamolo per i morti sul lavoro, piuttosto” –come se si portasse rispetto a un morto offendendone un altro). Che hanno voluto far politica con l’educazione dei ragazzini. Gli stessi maestri e professori che inneggiano alla Costituzione, alla laicità della scuola, al denaro pubblico versato per tenere il loro culo al caldo con la pensione e tutto il resto assicurato. Occorre saper fare la guerra per portare la pace, a volte. E in Afghanistan i nostri ci stanno provando. Ma intanto c’è da fare una “guerra” pure qui all’idiozia gonfia e tronfia di ideologia che s’abbarbica ovunque e che abbatte vigliaccamente un Paese molto più di cento vigliacchi attentati al tritolo contro i nostri parà.

Davide Rondoni, da "clanDestino Zoom" n. 314 - 28.09.2009

giovedì 5 febbraio 2009

Le bugie del padre Beppino

"In questi giorni di passione e sofferenza, nei quali stiamo seguendo con trepidazione il "viaggio della morte" di Eluana Englaro, non posso restare in silenzio di fronte a un evento così drammatico.
Era il maggio del 2005 quando per la prima volta ho conosciuto Beppino Englaro. Eravamo entrambi invitati alla trasmissione "Porta a Porta". Da quel giorno siamo rimasti in contatto ed amici, ci siamo scambiati anche i numeri di telefono, per sentirci, parlare, condividere opinioni. Nel marzo del 2006 andai in Lombardia, a casa di Englaro, in compagnia di un conoscente (la foto in alto a destra lo testimonia, ndr).
Dopo l'appello a Welby da parte di Salvatore, Beppino capì che noi eravamo per la vita. Da quel momento le strade si divisero.
All'epoca anch'io ero favorevole all'eutanasia. Facemmo anche diverse foto insieme, e visitai la città di Lecco. Nella circostanza Beppino Englaro mi fece diverse confidenze, tra le quali che i rappresentanti nazionali del Partito Radicali erano suoi amici. Ma soprattutto, mentre eravamo a cena in un ristorante, in una piazza di Lecco, ammise una triste e drammatica verità.
Beppino Englaro si confidò a tal punto da confessarmi, in presenza di altre persone, che 'non era vero niente che sua figlia avrebbe detto che, nel caso si fosse ridotta un vegetale, avrebbe voluto morire'. In effetti, Beppino, nella sua lunga confessione mi disse che alla fine, si era inventato tutto perché non ce la faceva più a vederla ridotta in quelle condizioni. Che non era più in grado di sopportare la sofferenza e che in tutti questi anni non aveva mai visto miglioramenti. Entro' anche nel dettaglio spiegandomi che i danni celebrali erano gravissimi e che l'unica soluzione ERA FARLA MORIRE e che proprio per il suo caso, voleva combattere fino in fondo in modo che fosse fatta una legge, proprio inerente al testamento biologico.
In quella circostanza anch'io ero favorevole all'eutanasia e gli risposi che l'unica soluzione poteva essere quella di portarla all'estero per farla morire, in Italia era impossibile in quanto avevamo il Vaticano che si opponeva fermamente.
Ma lui sembrava deciso, ostinato e insisteva per arrivare alla soluzione del testamento biologico, perché era convinto che con l'aiuto del partito dei Radicali ce l'avrebbe fatta. (...)
Questa è pura verita'. Tutta la verita'. Sono fatti reali che ho tenuto nascosto tutti questi anni nei quali comunque io e i miei familiari, vivendo giorno dopo giorno accanto a Salvatore, abbiamo fatto un percorso interiore e spirituale. Anni in cui abbiamo perso la voce a combattere, insieme a Salvatore, a cercare di dare una speranza a chi invece vuol vivere, vuol sperare e ha diritto a un'assistenza e cure adeguate. E non ci siamo mai fermati nonostante le immense difficoltà e momenti nei quali si perde tutto, anche le speranze.
E non ho mai reso pubbliche queste confidenze, anche perché dopo aver scritto personalmente a Beppino Englaro, a nome di tutta la mia famiglia, per chiedere in ginocchio di non far morire Eluana, di concedere a lei la grazia, fermare questa sua battaglia per la morte, pensavo che si fermasse, pensavo che la sua coscienza gli facesse cambiare idea. Ma invece no. Lui era troppo interessato a quella legge, a quell'epilogo drammatico. La conferma arriva, quando invece di rispondermi Beppino Englaro, rispose il Radicale Marco Cappato, offendendo il Cardinale Barragan, ma in particolare tutta la mia famiglia. Troverete tutto nel sito internet www.salvatorecrisafulli.it
Noi tutti siamo senza parole e crediamo che il caso di Eluana Englaro sia l'inizio di un periodo disastroso per chi come noi, ogni giorno, combatte per la vita, per la speranza.
Per poter smuovere lo stato positivamente in modo che si attivi concretamente per far vivere l'individuo, non per ucciderlo.
Vorrei anche precisare che dopo quegli incontri e totalmente dal Giugno del 2006, fino a oggi, io e Beppino Englaro non ci siamo più sentiti nemmeno per telefono, nonostante ci siamo incontrati varie volte in altri programmi televisivi"
Pietro Crisafulli
Preciso che sono in possesso anche di fotografie che attestano i nostri vari incontri.
Catania, 04 Febbraio 2009

mercoledì 4 febbraio 2009

La luce e la speranza

[...] speriamo in un miracolo. Che non è la guarigione di Eluana (magari, accadesse) ma una specie di ripensamento, di un flash che faccia perlomeno sospettare a Beppino Englaro che c’è un qualcosa di invisibile, ma di reale, che fa della stanza delle Misericordine di Lecco un luogo ben più luminoso rispetto alla stanza della «Quiete» di Udine. Un qualcosa che assomiglia molto alla differenza tra l’amore e il nulla.
Michele Brambilla, da "Il Giornale", 04 febbraio 2009

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mercoledì 28 gennaio 2009

Chi è l'uomo, perché te ne curi?

Lettera letta da don Julián Carrón durante gli Esercizi spirituali degli universitari di Comunione e Liberazione

Carissimo don Carrón, il mio secondogenito, Giovanni, è nato con una gravissima cardiopatia congenita che lo porterà nel giro di qualche anno a un primo trapianto di cuore. A luglio di quest’anno ho ricevuto un’imprevedibile telefonata: era Vittoria, una ragazza di Roma, incinta al sesto mese, aveva appena scoperto che il figlio che aspettava sarebbe nato con una cardiopatia molto simile a quella di mio figlio. Mi comunicava che l’indomani sarebbe partita col marito per Barcellona allo scopo di abortire (in Italia era fuori tempo consentito). Una nipote di Vittoria, che vive a Como e che per bizzarre circostanze conosceva la mia storia, aveva recuperato il mio numero di telefono proponendo alla zia di chiamarmi.
Inizialmente Vittoria non voleva neanche il numero: era troppo doloroso rimettere in discussione la scelta presa e poi era preoccupata per la salute del marito, che in passato aveva avuto una gravissima crisi depressiva. Un impiegato tarlo l’ha spinta però a chiamarmi all’insaputa del marito.
Abbiamo parlato per mezz’ora circa. Mentre mi raccontava, capivo che la cardiopatia del suo bambino era più grave di quel che lei stessa pensava. Io ho omesso volontariamente di farglielo sapere per non aggravare la posizione del piccolo. Racconto a mio marito di questo ultimo particolare e lui, con decisione, mi dice: «Ma scusa, Giussani ti ha mai nascosto nulla della fatica del vivere, o invece ha scommesso tutto sulla tua libertà? Troviamo un modo intelligente perché Vittoria abbia tra le mani tutti i fattori per decidere».

Abbiamo pensato di metterla in contatto con la nostra cardiologa: sarebbe stata lei a informarla compiutamente sulla cardiopatia del figlio. L’ho richiamata per darle il numero e per chiederle di poterla richiamare l’indomani per sapere che cosa le avesse detto la dottoressa, anche per avere il pretesto di risentirla.

Il giorno dopo è Vittoria stessa a chiamarmi; mi informa che è all’aeroporto e che sta per partire per Barcellona. Mi si è gelato il sangue. Lei subito però aggiunge: «Abbiamo comprato il biglietto anche per Alice, la nostra primogenita, si parte tutti in vacanza, non abortisco più». È impossibile descriverti la gioia provata. Le ho detto che ero felicissima che la cardiologa l’avesse tranquillizzata, ma lei prontamente mi ha risposto: «La cardiologa non c’entra nulla. Avevo già deciso dopo la nostra telefonata: tu hai salvato la vita a mio figlio».

Dopo diverse telefonate è nata l’esigenza di conoscerla personalmente, per cui a metà ottobre sono andata a Roma in giornata. Inizialmente io e Sergio, mio marito, eravamo perplessi dato il costo del biglietto e l’impegno che richiedeva l’organizzazione familiare, ma è bastato ci chiedessimo: «Ma quale prezzo siamo disposti a pagare per obbedire a come il Mistero decide di accadere nella nostra vita?». Non ci è voluto molto perché insieme rispondessimo quello che ci ricorda la Scuola di comunità: «Fatto obbediente fino alla morte». Come l’atteggiamento di Cristo verso il Padre è stato l’obbedienza, l’atteggiamento che dobbiamo avere verso Cristo è lo stesso. L’obbedienza definisce l’atteggiamento di Cristo di fronte al Padre. Cristo riconosce, accetta e aderisce al disegno del Padre, così che anche quando il disegno del Padre implica la Sua morte, Cristo riconosce che quella è la strada della Sua vita. Per questo Dio Lo ha glorificato e tutto Gli ha dato nelle mani.

È per questo che abbiamo deciso che io andassi a Roma. A Roma sono stata accolta come una regina. Mentre passeggiavamo per la città ho chiesto a Vittoria che cosa l’avesse persuasa, dato che non mi tornavano i conti: non mi pareva di aver detto nulla di così decisivo. Lei mi ha risposto che l’aveva colpita il fatto che io fossi una donna felice e che con mio marito avessimo deciso di avere altri due figli dopo il nostro Giovanni, che ora ha cinque anni. Lei non si spiegava come fosse possibile che con un figlio così gravemente compromesso avessimo deciso non solo di non abortire, ma di avere altri figli. Semplice - le dicevo - avevamo bisogno di un modo per dire, senza dire, a Giovanni che la vita è buona, ma questo lui lo può capire solo se vede me e mio marito certi di questa bontà. Quale modo migliore se non regalargli dei fratelli? Lei ha aggiunto: «Questo mi ha persuasa».

Dopo aver passato la mattina e il primo pomeriggio insieme, mi hanno riaccompagnata all’aeroporto. Piero, il marito, era incredulo che io fossi andata a Roma solo per conoscerli, sprecando tempo e denaro. Continuava a dirmi: «Io pensavo che tu venissi a Roma per tuoi affari. Invece sei qui solo per noi. Nessuno al mondo lo avrebbe fatto». Io gli ho detto che in realtà c’era una lunga lista di amici che avrebbero voluto essere lì con me, ma che non erano riusciti a venire. Ma vorrei condividere con te un altro fatto, quello decisivo, quello che ha stravolto la mia vita. Mentre mi stavo dirigendo all’imbarco, Vittoria m’ha detto, scoppiando in lacrime: «Non voglio perderti. Tu hai donato la vita a mio figlio». Io ho sorriso, ma avrei voluto urlarle in faccia: «Non io, non io, ma Colui che la sta donando anche a noi in questo istante che ci sta consegnando l’una all’altra!». Ho taciuto. Sorridendo e guardandola negli occhi con una sconosciuta tenerezza le ho detto: «Non piangere!»

Durante il viaggio in aereo, ripensavo a questo fatto, ero rammaricata di non averle detto ciò che pensavo. La sera successiva, studiando la mostra su san Paolo che ho presentato a Bergamo, leggo da una udienza generale del Papa: «Secondo Paolo, la vita del cristiano comporta un’immedesimazione di noi con Cristo e di Cristo con noi. Paolo scrive: siamo stati completamente uniti a lui. Cristo è in noi, Cristo è in me». Finito di leggere ho ripensato alla scena che ti ho descritto e, quasi senza fiato, mi è venuto in mente l’incontro tra Gesù e la vedova di Nain: «Donna, non piangere!», e le restituisce il figlio.
Da allora questo è il mio pensiero dominante: è mai possibile che Cristo si sia così piegato sul mio nulla da rendermi uno con Lui? Ma chi è Costui che ha avuto così pietà del mio niente? Chi è Cristina perché te ne curi? Una poveraccia. E che cosa fa Cristo con me? Ha deciso di scomodarsi per questa povera donna, un niente, un nulla assoluto, che Egli ha deciso di rendere tutto con Lui, un tutt’uno, proprio una sola cosa, gratis. Ma chi è Costui? Dio mio, che gratitudine! Come al solito, l’Amato mi toglie il respiro.

Intanto il piccolo è nato, si chiama Filippo, e da circa un mese è ricoverato al Bambin Gesù. Nel frattempo Vittoria ha conosciuto Paola, un’amica del movimento a Roma, con sei figli. Anche vedere l’amicizia e la letizia di Paola sta dando aiuto e conforto a Vittoria e a Piero. Non so cosa sarà di loro, se mai si innamoreranno di Ciò che ha innamorato noi, ma so bene cosa voglio sia di me: pazza o equilibrata, malata o sana, tutta Sua, tutta Lui. Altro non mi interessa.
Cristina, Bergamo

domenica 25 gennaio 2009

Cosa è il destino?

Una scena. "Cosa è il destino?", ha chiesto il piccolo alla madre, colpito dalla morte di una ragazzina della sua età. E dopo le parole di lei, ha detto: "ho capito, è come quando tu vieni nella nostra stanza di notte, mentre dormiamo, e prepari i vestiti per domani". Esatto, d'esattezza furiosa.
Davide Rondoni, riportato su ClanDestino ZOOM n. 285

lunedì 22 dicembre 2008

C'è bisogno di uno sguardo nuovo

Per una riflessione sul Natale, come occasione di incontro con L'Uomo nuovo, ho voluto dedicarvi questa citazione, come augurio a tutti voi.

Da tempo l'uomo occidentale ha bruciato la bisaccia ed il bastone del viandante con la sua commovente attitudine alla domanda. La dimora dell'uomo non è più l'orizzonte, ma il nascondiglio, dove non incontra più nessuno e dove perciò comincia a dubitare della sua stessa esistenza.
Andrej Tarkovskij


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venerdì 19 dicembre 2008

"Povertà evangelica"?

Non ho saputo resistere, mi faceva molto sorridere: oggi ho dovuto riportare una citazione del grande cardinale Biffi.
Mi sembrava molto adatta a commentare l'omelia che ascolteremo dai nostri parroci, la notte di Natale.


A richiamarsi assiduamente alla "povertà" e a decantarla con entusiasmo sono proprio i cristiani benestanti e gli uomini di Chiesa di estrazione borghese, che non hanno mai avuto modo di farne personalmente qualche esperienza: ai veri poveri invece di solito non viene neppure in mente di esaltare la loro condizione e di farne un ideale di vita.
Giacomo Biffi, "Pecore e pastori", ed. Cantagalli

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giovedì 18 dicembre 2008

Sorprendenti sottigliezze della lingua italiana

Un cortigiano: un uomo che vive a corte
Una cortigiana: una mignotta

Un massaggiatore: un kinesiterapista
Una massaggiatrice: una mignotta

Un professionista: un uomo che conosce bene la sua professione
Una professionista: una mignotta

Un uomo di strada: un uomo duro
Una donna di strada: una mignotta

Un uomo senza morale: un politico
Una donna senza morale: una mignotta

Un uomo pubblico: un uomo famoso, in vista
Una donna pubblica: una mignotta

Un uomo facile: un uomo con il quale è facile vivere
Una donna facile: una mignotta

Un intrattenitore: un uomo socievole e affabulatore
Una intrattenitrice: una mignotta

Un adescatore: un uomo che coglie al volo persone e situazioni
Un'adescatrice: una mignotta

Un uomo molto disponibile: un uomo gentile
Una donna molto disponibile: una mignotta

martedì 16 dicembre 2008

L'ora delle tenebre e della vergogna

Lettera di + Luigi Negri, Vescovo di San Marino - Montefeltro, sul caso di Eluana Englaro.
C'è ancora un modo e il più grave per non considerare l'enormità che la sentenza della Cassazione ha aperto nel nostro Paese. È certamente una tragedia di proporzioni colossali che si renda legittimo l'assassinio di una persona adulta ma debole ed indifesa. È una tragedia etica e sociale di proporzioni spaventose, ma soprattutto, e questo è il punto, è la fine della nostra civiltà italica.
Una civiltà che è durata quasi tremila anni e in cui si sono sintetizzati mirabilmente il genio filosofico della grecità; il diritto romano, fonte di ordine alla convivenza universale; l'irripetibile ed irriducibile annuncio della fede, rivelazione di Dio e salvezza dell'uomo; la grande esperienza della laicità come libertà di coscienza e di ricerca. La civiltà dell'uomo e per l'uomo, indisponibile a tutto, perché disponibile solo al Mistero. La persona umana, una, unica ed irripetibile, protagonista della sua propria storia e di tutta la storia dell'umanità.
Tutto questo non esiste più.
Preparato da altri eventi che si sono dispiegati negli ultimi 40 anni e hanno progressivamente annullato l'identità e la dignità della persona, quest'ultimo tratto di penna di oscuri burocrati della Magistratura italiana cancella un'epoca grandiosa.
Finisce «l'Italietta», nata male e finita peggio: piccola e quasi insignificante provincia nel grande impero della sazietà e della disperazione.
Chi può e vuole, lavori da subito alla nascita di una nuova civiltà: dovrà necessariamente avere forme e modi nuovi, inizi più umili, ma in essa dovrà battere il cuore antico, che non è stato distrutto perché non può essere distrutto. Il cuore dell'uomo infatti è indistruttibile.
In questa impresa, del far nascere finalmente quella che già Giovanni Paolo II aveva definito la «civiltà della verità e dell'amore», il popolo cristiano saprà fare la sua parte. Ed è certo che avrà accanto moltissimi uomini di buona volontà.

martedì 25 novembre 2008

È, se canta.

A Natale, alle quattro del mattino, sono andato alla prima messa nella cattedrale. La volta tetra con le sue colonne, il rosone e i vetri colorati e la folla in ginocchio erano illuminati solo a metà dalle lampade. Il canto del coro invisibile sembrava aleggiare sopra il coro e l'altare e rispondere alle note piene dell'organo potente.
Non sono cattolico e m'importava poco dello scampanellare e dell'inginocchiarsi di quei preti variopinti, però il canto da solo mi fece più impressione delle frasi insipide ed eternamente uguali della maggior parte dei nostri pastori che anno per anno, a Natale, non sanno dire, di solito, niente di più intelligente se non che il buon Signore Iddio è stato veramente un uomo giudizioso a far venire al mondo Cristo propio in questo periodo.
Georg Büchner, Strasburgo gennaio 1833, "Lettere alla famiglia", in "Opere", Adelphi, 1963